Francesco, Chiara e la misericordia

La vita monastica e la misericordia

Dal momento che quest’anno state parlando della misericordia, vorrei proporvi qualche spunto su questo tema collegato al luogo in cui oggi vi trovate, cioè un luogo di vita monastica e un luogo francescano.

Innanzitutto, credo che ogni monastero sia chiamato certo a vivere la misericordia, ma soprattutto abbia nella Chiesa il compito di aiutare a riportare lo sguardo sulla sorgente stessa di ogni misericordia. In fondo, già il motto che è stato scelto per questo Anno Santo – “Misericordiosi come il Padre” – invita come prima cosa a rimettere al centro della nostra attenzione proprio il Padre misericordioso. Il Giubileo, se vissuto veramente, avrà come frutto tante scelte concrete, ma fallirebbe del tutto il suo obiettivo se si limitasse a portare ad un fare di più. Nessun cambiamento vero e duraturo può mai nascere da un nostro sforzo, dall’impegno pur importante della nostra generosità, ma solo da un incontro autentico con il Dio buono e misericordioso.

E’ questa anche l’esperienza di san Francesco, e vorrei commentare brevemente con voi alcune righe del suo Testamento, in cui il santo rilegge l’episodio famosissimo collegato alla sua conversione:

Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo (vv. 1-3).

Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza… È l’iniziativa di Dio e della sua grazia a cambiare la vita di Francesco, non un suo sforzo, non un suo progetto spirituale.

Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi… Francesco non parla di un peccato specifico, ma di un suo “essere nei peccati” che è anche un modo di sentire e appare nella grande amarezza di fronte ai lebbrosi. Giovane generoso e sognatore, acceso dagli ideali cavalleresco e cortese del suo tempo aspira a grandi imprese, ma di fronte a queste persone sfigurate riesce a manifestare tutt’altro che la magnanimità e il coraggio da cui si vorrebbe animato e sa solo sfuggirle. Francesco tocca un punto – e tutti ne abbiamo – in cui il suo sforzo non basta, in cui la realtà lo blocca e gli sta dinanzi come un muro insormontabile.

E il Signore stesso mi condusse tra loro… Francesco riconosce l’azione di Dio: è lui che lo conduce tra i lebbrosi. E scoprendosi guidato da Dio in questo momento di bisogno in cui è cosciente di non potercela fare da solo, può rendersi conto della cura con cui il Signore ha accompagnato ogni passo del suo cammino, anche quelle esperienze a prima vista negative di sconfitta in battaglia e di prigionia che hanno mandato in frantumi l’immagine che si era fatto di sé e lo hanno preparato a prendere contatto con la sua debolezza. Francesco non è più schiavo della propria immagine di riuscita. Scoprendosi amato, scoprendo il valore immenso che ha agli occhi di Dio, può guardare senza più paura anche il suo limite e il suo peccato perché sa che non sono essi a determinarlo, perché sa di essere molto più grande di essi. E qui anche noi potremmo domandarci quali sono le immagini di noi stessi che ci tengono legati e sarebbe bene andassero in frantumi.

E usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo… Ora Francesco può usare con i lebbrosi la misericordia di cui si riconosce oggetto. Ora il suo prendersi cura di loro non è semplicemente una sua iniziativa, per quanto lodevole, ma scaturisce da un rinnovamento profondo del suo modo di porsi di fronte alla realtà e del suo stesso modo di sentire. I suoi occhi possono cominciare a guardare l’altro come egli si è sentito guardato da Dio. Può cominciare a riconoscere che il fratello è molto di più di quel che appare a prima vista, delle sue piaghe, del suo male. E ancora oggi Francesco ce lo annuncia: ciascuno di noi è molto più grande anche di quel che pensa di se stesso. Valiamo molto di più dei nostri difetti, delle nostre incapacità, dei nostri limiti rispetto ad altri a cui magari vorremmo assomigliare, degli errori che ci rendono così scontenti e ci mettono dentro tanto malumore.

Quando il nostro agire nasce davvero da un’esperienza di incontro con la misericordia del Padre, di incontro con Cristo che è il volto stesso della misericordia – «Misericordiae Vultus» – come ci ricorda il Papa, con lui che in fondo sulla Croce ha preso su di sé le nostre ferite, il nostro male, la deformità della nostra lebbra, allora esso diventa una sorgente meravigliosa di bene. Altrimenti, senza la coscienza del nostro peccato e della misericordia che ci è usata, prima o poi la nostra generosità chiede il conto e diventiamo pieni di pretese. È qualcosa che si vede spessissimo nelle famiglie e nelle comunità. Le scelte volontaristiche non hanno tenuta; le scelte che durano e che costruiscono sono quelle che nascono dalla gioia e dallo stupore di qualcosa di grande che prima di tutto ha toccato noi, che abbiamo ricevuto gratuitamente.

Abbiamo visto un passaggio del Testamento in cui san Francesco riconosce ciò che Dio gli ha donato all’inizio della sua nuova vita; ma potremmo ripercorrerlo tutto e trovarlo permeato da questa consapevolezza dell’agire di Dio che si esprime nel ripetersi della formula “Il Signore mi dette…”.

Lo stesso vale per il Testamento di santa Chiara, ugualmente scandito dal ricordo di ciò che il Signore ha donato a lei e alle sorelle. Chiara, anzi, lo apre proprio parlando dei «doni, che ricevemmo e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie», dunque guardando a Dio quale Donatore di tutto, che sta all’origine di quanto ha vissuto con le sue sorelle, dal quale ha ricevuto certo grandi grazie, ma anche tanti piccoli doni disseminati nel quotidiano e che è stata attenta a riconoscere attraverso lo scorrere dei giorni.

Da questa coscienza di aver tutto ricevuto nasce come risposta la restituzione, termine così caro a Francesco, il ridonare tutto attraverso la lode a Dio e attraverso l’amore ai fratelli, coscienti che il Signore ci precede sempre e qualunque cosa possiamo fare non potremo mai sentirci se non ancora debitori dell’amore.

A prima vista questa può sembrare una cosa estremamente scontata, che non valga neanche la pena di stare qui a ripetere, ma tante volte rimane una verità saputa, non qualcosa di cui prendiamo veramente coscienza come è successo a Francesco, tanto da esserne cambiati fin nella sensibilità, fin nel modo di porci di fronte alla vita. È fondamentale aiutarci ad approfondire la coscienza che tutto ci è dato, che tutto abbiamo ricevuto e riceviamo da Dio, a partire da noi stessi: in questo istante esistiamo perché egli nel suo amore vuole che ci siamo; in questo istante colui nel quale l’universo è creato e sussiste ha un’attenzione personale per noi, per il nostro desiderio, per i nostri bisogni, per le nostre domande. Siamo piccoli, deboli, precari, una contingenza sì, ma una contingenza amata dal Signore.

E tanto dobbiamo anche agli altri, che hanno risposto al grido e al pianto con il quale ciascuno di noi ha fatto il suo ingresso nel mondo, che in mille modi si sono presi cura di noi, ci hanno protetto, trasmesso delle conoscenze, e così via. Persino ciò che ci siamo conquistati con il nostro impegno non avremmo potuto ottenerlo da soli, senza chi ci ha preceduto ed aperto la strada. Quella di essere autonomi e sufficienti a se stessi è un’illusione; dipendiamo gli uni dagli altri, siamo fatti per la relazione.

L’atteggiamento di Francesco e Chiara ci interroga, allora, su come possiamo farlo anche nostro, su come possiamo anche noi tenere lo sguardo rivolto verso il Signore, e non solo visto come Colui che ci ha amato, ma – con un’espressione che troviamo nell’Apocalisse (Ap 1,5) – come «Colui che ci ama». È forse l’unico caso in tutto il NT in cui si parla al presente dell’amore di Gesù per noi ed è molto bello: guardiamo non solo a ciò che egli ha fatto per noi, ma a ciò che fa per noi oggi.

La vita non è solo un tempo in cui siamo noi che operiamo, ma è anche un tempo in cui aspettiamo da Dio che egli operi. Forse la vita in un monastero, una vita che non può attendere riuscita e senso se non dall’agire di Dio, lo rende particolarmente evidente; ma è vero per ogni vita. Dovremmo in qualche modo mantenere viva ogni giorno la “curiosità” di scoprire ciò che Dio compirà nella nostra giornata, insieme a noi. Tutte le circostanze della vita ci sono date come occasione per scoprire chi sia Gesù per noi.

Ci sono degli strumenti che possono aiutarci in questo e anche i tempi formali di preghiera dovrebbero essere come un allenamento perché in qualche modo tutta la giornata diventi preghiera, non nel senso che si debbano dire sempre preghiere ma nel senso di cercare e trovare Dio in tutte le cose, secondo una bella espressione di sant’Ignazio. Non si tratta di cercare il Signore a lato della vita, ritagliandogli uno spazio per quanto importante e privilegiato, ma al cuore di tutto ciò che viviamo. Tutta la vita è un intrecciarsi di visibile e invisibile.

Poiché il peggior nemico è la disattenzione, il lasciarsi scivolare le cose addosso senza accorgersi, può avere un grande valore qualcosa di semplice come il ritagliarsi alla sera anche qualche minuto soltanto – purché sia ogni sera – per trovare almeno due cose di cui ringraziare il Signore, in cui riconoscere il suo passaggio. E in certe occasioni può essere bello farlo anche insieme come coppia o come famiglia. Noi, per esempio, all’inizio del nuovo anno abbiamo voluto ritrovarci per un incontro nel quale ciascuna ha condiviso quello che durante l’anno passato secondo lei ha fatto crescere la comunità ed è stato un dono di cui ringraziare il Signore. Ancora più utile e capace di trasformare la vita, ma certamente più impegnativo, sarebbe allargare un po’ questo momento perché diventi un vero e proprio ripercorrere con il Signore la giornata vissuta. Dunque, metterci alla sua presenza, ringraziarlo per qualcosa di preciso, chiedergli forza e luce per avere il coraggio di guardare nella verità alla nostra vita e appunto riandare alle ore trascorse, ai pensieri, alle parole dette, a quello che ci è accaduto, alle reazioni avute, alle sensazioni sperimentate…; poi, chiedere perdono per quello che può esserci stato di non buono, prepararci a ciò che ci attende il giorno dopo e uscire dalla preghiera magari con un Padre nostro. È quello che i gesuiti chiamano preghiera di esame, da non confondersi con l’esame di coscienza perché non è un andare in cerca dei peccati, non ha un’impostazione prima di tutto morale, ma è proprio un andare in cerca dei segni di Dio, che a volte possono essere molto semplici.

Vorrei concludere con un brano che mi sembra esprima molto bene il tralucere della realtà di Dio che può toccarci persino nei momenti più distratti:

«Supponete di trovarvi in cammino verso casa mentre piove, assorti con il pensiero nelle questioni del vostro lavoro. Le strade e le case vi scorrono accanto senza che voi le notiate; anche le persone scorrono accanto; insomma, nulla invade i vostri pensieri eccetto i vostri interessi e le vostre ansietà. Poi, improvvisamente, il sole esce dalle nubi e un raggio di luce illumina tremulo un vecchio muro di pietra al bordo della strada. Voi date una occhiata al cielo e alle nuvole che si sparpagliano, e un uccello esplode nel canto in un giardino di là dal muro. Il vostro cuore si colma di gioia e i vostri pensieri egoistici si dissipano. Il mondo vi sta davanti, e voi siete contenti del solo guardarlo lasciandolo così come esso è. Avete fatto esperienza del mondo come dono» (Roger Scruton, La bellezza e il sacro).

Potrebbe sembrare un discorso romantico e poetico, ma non è così. Ciò che accade è proprio l’essere messi di fronte a qualcosa che ci fa fare esperienza del mondo come dono, che ci ricorda che la vita è ben più delle mille faccende in cui siamo da mattina a sera impegnati – anche in monastero. Per la maggior parte del tempo, la nostra vita gira attorno ad occupazioni ordinarie, ma ci sono dei momenti benedetti nei quali la realtà si apre lasciandoci intravedere la sua natura più vera e facendoci ritrovare di fronte a qualcosa di più grande dei nostri bisogni e interessi immediati. È una bellezza che può brillare per noi attraverso l’arte, la natura o attraverso le cose più comuni. Essa ci fa posare semplicemente lo sguardo sul mondo con meraviglia, senza ancora pensare a cambiarlo e trasformarlo, ma godendone come di un dono. Senza quel lavoro di cui dicevo prima, però, senza riflettere su ciò che viviamo, andando a riprenderlo tra le mani, riconoscendolo per ciò che è, rigustandolo, anche i doni più belli rischiano di scivolare via senza lasciare una vera traccia, un vero ricordo. E solo un cuore grato, un cuore che fa esperienza della misericordia di Dio e ne custodisce come un tesoro la memoria, può divenire un cuore misericordioso, anche se poi sbagliamo mille volte, anche se poi i caratteri rimangono quelli che sono, anche se poi continuiamo a cadere.

L’Anno Santo può offrire anche l’occasione per ritrovare questa dimensione in un mondo che ha dei ritmi serrati per tutti. E forse può avere anche questo significato per voi l’essere venuti oggi in un luogo che vuole ricordare il primato di Dio su ogni creatura, che vuol essere uno spazio di sosta per chi ne ha bisogno nel proprio cammino.

Buona Strada.

Monastero di clausura delle Clarissa di Santa Chiara a Cortona

 

Suor Maria Chiara, per noi Francesca, ha compiuto 40 anni lo scorso novembre. E’ stata una guida, vice capo sq. dei Panda nel riparto Robinson, poi scolta con esperienze di volontariato anche all’estero.

Alta squadriglia in attività di zona in prossimità del Pratomagno (1990)

francesca

 

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