La Vigilia di Natale

 

Quelle che seguono sono alcune riflessioni sulle aspettative del Natale che spesso non vengono percepite nella loro essenza più vera. Le ha scritte un mio caro collega in un periodo natalizio in cui ancora ero al lavoro e le indirizzò a tutti gli altri colleghi.

Mi sembrano molto belle,  tant’è che le rileggo ogni anno affinché mi aiutino a  “ridefinire le mie attese”. Le dedico a tutti coloro  che attendono un  vero “regalo”.

 Anna da Prato

 

Si può non aver tempo o non essere in condizioni, ci si può applicare ad altro e così ancora, ma ben difficilmente qualcuno può dichiararsi immune da un qualche coinvolgimento nella turbolenza di sentimenti, pensieri, indaffaramenti e, ben più, emozioni come piccoli lampeggianti rilevatori, provocata dal Natale nel calendario della nostre abitudini, del nostro quotidiano.

Al di là di una sorta di “lasciapassare” etico ad ognuno perché si faccia tranquillo le sue corse e i suoi affari – Natale o non Natale, principi o non principi – nessuno si sogna di violare quel tacito, comune, non più ufficializzato ma terribilmente resistente patto per cui, qual che sia il grado di miserie e di contraddizioni personali, chiunque è di getto perdonato e autorizzato ad aspettarsi – sì, anche lui – qualcosa: un regalo.

In Santa Claus anche quella venatura educativa della Befana che ti fa correre un qualche rischio del carbone,  e quindi della “punizione”, sparisce e la tradizione del dono sembra non preveda esclusione di alcuno. E’ proprio così. Questa più o meno misteriosa certezza interiore, non nostra ma ereditata da un tempo immemorabile, non è tanto la sicurezza che ci capiterà qualcosa di felice, che i nostri desideri saranno esauditi e che succederà quanto a lungo aspettato, ma piuttosto che, di sicuro, anche trovandoci distratti, Natale ci coinvolgerà, ci richiamerà alle cose che contano, quello che noi non sappiamo o non abbiamo più il coraggio di chiedere, ci porterà, gratis, alla festa d’attesa di un grande evento.

Natale ci prende in carico proprio così, ci “legittima” perché ci prevede, ci coinvolge anche se disattenti. Anche nell’anonimato metropolitano lo scambio di auguri natalizi resiste sufficientemente, perché tutti son disposti a concedere qualcosa, in quanto già “arricchiti” di aspettative percepite con tutte le caratteristiche dell’attendibilità. Non c’è chi venga meno a questo “patto” sottinteso: e cioè non che quello a cui si anela succeda, ma che il senso, il senso di vero, di profonda e fanciullezza certezza che noi avremo un regalo, che il “Tu scendi dalle stelle” che ci hanno insegnato il babbo e la mamma è vero, che c’è una storia vera, che ci sarà una festa, ecco magari è dietro l’angolo, magari è ora, è così, e capiterà per questo Natale e noi avremo più di quel che non sappiamo esprimere, qualcosa in cui è già compreso ciò che ora desideriamo; questa percezione d’essere previsti, d’aver un posto ed un futuro, ecco, proprio questa, ci sia ripetuta e ci venga ricordata ad ogni Natale. Che Natale si ricordi di noi.

Fin da piccoli, nell’ascolto delle favole, si impara a distinguere il giorno vero e proprio del Natale dal tempo della vigilia. Quante volte il racconto cominciava: “Era la vigilia di Natale e…”. E da lì si dipanava la storia e lì, nella vigilia, ci collocavamo noi ad aspettare. Se fosse successo qualcosa sarebbe successo la vigilia di Natale.

Si apprendeva pure che i dispensatori di regali –Babbo Natale e la Befana – arrivavano di notte, quando i bambini sono a letto, perché ci abituassimo ad accettare che anche se non si vede è il saper attendere che è decisivo. Crescendo, chi per certi versi chi per altri, tutti proviamo – o se ne è costretti – a cercare ancora, a ri-collocare i bisogni, i desideri, le aspettative.

Anche queste attese – più mature, più elaborate o complicate – cadono in qualche vigilia, in qualche notte. Allora, comunque sia stato nutrito il nostro sistema di convinzioni, sarà capitato di trovarsi a considerare l’umana condizione, i suoi “perché”, e perciò, esplorando, d’imbattersi in scritti vari dove ad esempio la frase “State pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”, di Matteo, ci ha fatto pensare alle false onnipotenze personali nel tempo che c’è dato. Sembra, questa, una frase in opposizione al clima di festa alimentato dall’arrivo del Natale, qualcosa che produce preoccupazione, come se dovessimo perdere anche quello che abbiamo.

Il Bambino della mangiatoia, quello che ci coinvolge nella sua vigilia, appare distante dall’oscuro “Figlio dell’uomo” e dal suo improvviso ritorno; mentre non vogliamo rinunciare all’attesa del Natale, per la seconda vorremmo posticipare.

E’ tuttavia il nostro disordine che ci fa ritenere di “arrivare” anche quest’anno, come si suol dire, “a Natale”. Non siamo noi, è il Personaggio del presepe a venire incontro a noi (adventum), a noi ovunque siamo e comunque siamo. “Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo”, è l’espressione splendida del Prefazio domenicale dell’Avvento (prima della Preghiera eucaristica; magari sentito e risentito e mai ascoltato) per dire chi è che si muove e come riconoscerlo.

Nel melòlogo popolare messo in poesia da Gozzano e che a scuola s’insegnava di questi tempi ai bambini, Maria e Giuseppe vagano per Betlemme cercando un ricovero, ma – come racconta Luca – “non c’era posto per loro nell’albergo”. Gozzano li immagina bussare a una locanda: “O voi del Cervo bianco, / un sottoscala almeno / avete per dormire? / Non ci mandate altrove! / S’attende la cometa, / tutto l’albergo è pieno /d’astronomi e di dotti, / qui giunti d’ogni dove”.

“Astronomi”, “dotti”, “cavalieri”, “dame”, e così continuando, noi inclusi. Da quella notte al Natale di quest’anno, ma – soprattutto – da quel momento ad un qualsiasi altro momento della quotidianità di ciascuno, quante persone “non pronte”!

“Nell’ora che non immaginate” evoca tutt’altro che oscuri presagi: è un invito a fare attenzione, a guardare, a cogliere i segni. Questi segni, così facili e felici da cogliere a Natale, ci sono dati anche dopo, proprio quando “non lo immaginiamo” e ci siamo perciò arresi alle nostre routine.

Gli angeli quella notte trovarono solo dei pastori, e quindi il messaggio, il “regalo” andò a loro; non se lo aspettavano ma erano “pronti” come tutti i poveri che, non avendo nulla da lasciare, ben più raramente di noi si sentono minacciati. Loro, la venuta del “Figlio dell’uomo” non possono altro che augurarsela.

“State pronti” è perciò un invito non a “fare” qualcosa, ma – anche dopo il 25 dicembre, in uno dei nostri lunedì, quando ormai nessuno attende più alcunché – a pensare che il Bambino del presepe ritorni a portarci quei regali, così “per noi”,  così a lungo accarezzati, che sembravano tanto possibili la vigilia di Natale.

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