PERSIANE

La mia scuola

           Spinta da inesorabili richieste burocratiche, ho recentemente varcato come una novizia la soglia di quello che un tempo fu, e non solo per me, il glorioso e caro Conservatorio di Santa Caterina a Prato, ove è trattenuta la memoria di molti anni della mia fanciullezza. Come molti sapranno, esso ospita attualmente gli uffici comunali dell’anagrafe, della toponomastica e d’altro ancora.

Ho attraversato l’androne deserto con una brutta gabbiola per un posto di custode comunale al momento assente. Dove sei, Suor Gabriella, suora portinaia? Ho rivisto le ampie vetrate che guardano sul cortile interno, allora lucide e ben mantenute; mi sono avviata, non senza emozione, per le larghe scale di pietra serena dove le scolare interne ed esterne sciamavano insieme a me a rotta di collo su e giù, richiamate dalle voci squillanti e perentorie di Suor Elena, di Suor Anna o delle altre buone sorelle dell’ordine di San Vincenzo de’ Paoli.

Nel salire le scale, con fatica e senza più il chiasso da festa quotidiana d’allora, la mano non trovava più la familiarità con la ringhiera in ferro battuto che sosteneva sicura il nostro transito: ora la polvere la faceva da padrona. Un insolito silenzio pareva volesse conservare a quell’edificio la sua atmosfera ovattata di luogo di studio, di educazione e di preghiera, già mantenuti nel corso di diversi secoli.

Ogni gradino era quasi un lustro a ritroso nei miei anni e nello scorgere in penombra il portone al primo piano mi sono trovata ad immaginare le due ali bianche come d’airone del cappello di Suor Alfonsina che, riservata e gentile, sollecitava l’ultima ritardataria ad entrare in classe per dire le preghiere mattutine prima della lezione.

Ecco la mia vecchia, luminosa aula, sobria e linda come tutti i luoghi tenuti da religiosi, con i banchi in legno scuro e un po’ consunti che hanno visto, alla pari di tutte le aule del mondo, passare furtivamente tra le loro zampe foglietti scritti frettolosamente durante i preoccupanti compiti in classe; e poi la lavagna di ardesia, e la cattedra – rigorosamente posta vicino al muro tra due ampie finestre – da cui con tenace fermezza ma fiduciosa pazienza ci venivano impartite non solo nozioni di geografia o di italiano ma anche piccole, significative lezioni di vita.

Gli occhi “assaggiano” tutto, perfino la calce dei muri fin su, fino alle finestre al piano di sopra al di là delle quali Suor Maria, genio forse incompreso, creava piccoli capolavori di disegni da ricamo e ci esortava a non schiamazzare o ridere bensì a l’opera in tempo per la futura esposizione dei lavori – anche dei miei – che sarebbero poi andati a formare tanti bei corredi di quei tempi.

Ecco subito il desiderio di riaffacciarmi ancora una volta alla finestra da dove, durante la ricreazione del pranzo, mi sporgevo per controllare ansiosa le mie compagne preferite scese già nel cortile ghiaioso: le avrei allora rincorse trafelata giù per le solite scale con il panino in mano e dopo il gioco a palla prigioniera ci saremmo sedute tutte insieme sui gradini a parlare dei sogni di fanciulle, incuranti di impolverare il grembiule nero.

Mi trovo a domandarmi cosa mai ci faccia ora quell’impiegata, invero assai gentile, quei p.c. e quelle stampanti che ronzano come mosconi prigionieri. Da dietro un bancone pieno di modulistica, di fogli di varie istruzioni, dépliant, cassettine raccogli-documenti, alcune penne biro attaccate con scotch a fili di spago, la stessa impiegata si appresta ad evadere la mia urgente richiesta: un agognato pezzo di carta che mi mette in grado di espletare l’iter necessario per la mia pratica (volenti o nolenti è così che oggi si dice; un tempo anche i fogli avevano una loro dignità: si diceva “le proprie carte”).

Mentre esco, provo un opprimente fastidio nell’udire le parole di altri ignari concittadini in fila che, in modo rumoroso e un po’ molesto, contribuiscono a completare la profanazione di quella che – vivissima nei miei ricordi e nelle mie emozioni – è ancora, nonostante tutto, “la mia scuola”.

Scendo le scale; la visita è finita, mi vengono in mente strofe di una poesia di Prévert, “Persiane aperte, persiane chiuse”:

 

Persiane aperte,

                    matte risate di una scolaresca

                    che scoppiano a un angolo di strada,

                    stupendo grido di uno spazzacamino

                    da tempo scomparso.

– – – – – – –

                                                                     Persiane aperte,

                                                                     con le braccia colme di lillà

                                                                     e bruna e bionda e rossa

                                                                     una canzone scalza attraversa la casa

                                                                     come ha già peraltro

                                                                     attraversato le stagioni.

 

          Mi sento a disagio; non bisognerebbe rivedere certe cose, mi dico. Mi conosco un po’ meglio, mi sento in una storia che non c’è più, o forse non è vero, c’è, ma è più grande di me, più grande della mia scuola e anche delle mie radici.

E’ per questo che accetto, pur con sofferenza, di riscoprirmi ancora nel senso di essa.

Dicembre 1994 

Anna da Prato

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