SCAUTISMO 2.0 LA SFIDA DIGITALE

FIRENZE, SABATO 7 NOVEMBRE 2015

 

CONVEGNO

SCAUTISMO 2.0 LA SFIDA DIGITALE

PRESENTAZIONE DEL CONVEGNO: DALL’UOMO DEI BOSCHI A QUELLO DIGITALE: CONVIVENZA POSSIBILE?

VITTORIO PRANZINI

Prima di iniziare, a proposito delle vecchie tecnologie, desidero ricordare un grande personaggio, padre Giuseppe Gianfranceschi, primo assistente dell’ASCI, che fu allo stesso tempo gesuita, insegnante, matematico, fisico-chimico, astronomo ed esploratore. Lo ricordo in questa occasione perché fu il primo direttore della Radio Vaticana che progettò insieme all’amico Guglielmo Marconi, Presidente Onorario della Sezione CNGEI di Bologna. Mi sembra quindi che abbiamo dei precedenti illustri su tema del rapporto fra scautismo e nuove tecnologie o, meglio, come diciamo oggi, digitale. Cosa ne penserebbe lui di questo rapporto?

 

Da diversi anni, con il diffondersi delle reti digitali con tutte le numerose applicazioni di cui dispone oggi, si è certamente modificato l’atteggiamento dello scautismo nei loro confronti: da un iniziale rigetto di molti capi, che vedevano nel WEB una specie di ragnatela mondiale di comunicazione, diffusa nel 1993, un pericoloso strumento di comunicazione da combattere si è passati nel corso degli anni ad un atteggiamento più critico, cercando non solo di comprenderne meglio le opportunità che può offrire ma anche di come conciliarlo con lo scautismo, tradizionalmente più abituato alla vita nella natura che non alla tastiera del computer.

 

Per queste ragioni il Centro Studi Baden-Powell ha organizzato questo convegno, per verificare come le diverse associazioni scout, dalle più grandi alle più piccole, si pongono oggi di fronte a questo tema, dal quale, comunque, nel bene o nel male non si può prescindere. Anche nel titolo dato al convegno abbiamo voluto dare l’idea di questa tensione al cambiamento: mentre nell’uso comune WEB 2.0 è un’espressione utilizzata per indicare uno stato evolutivo rispetto ad una condizione precedente così, per analogia, Scautismo 2.0 vorrebbe indicare uno stato dell’evoluzione dello Scautismo rispetto ad una condizione precedente, in particolare facendo riferimento all’uso del digitale.

 

Se oggi parliamo di questo argomento è perché lo scautismo ha una grande capacità di storicizzarsi perchè, come suggerisce B.-P. il capo deve accettare il mondo del bambino. La sua attualità

consiste proprio in questa sua capacità di cogliere e di saper rispondere ai bisogni più autentici dei bambini e dei ragazzi di qualunque epoca, offrendo loro un ambiente di vita. Ciò permette, oggi, non solo una comunicazione con i tradizionali mezzi dello scautismo ma anche con l’utilizzo dei media e del digitale, come una vera e propria sfida educativa.

 

Uno degli aspetti principali dello scautismo consiste proprio nella sua capacità di esprimersi e di comunicare facendo largo uso della metafora e del linguaggio simbolico, servendosi di numerosi mezzi di comunicazione anche non verbali. Fra questi cito l’avventura, la metafora che sottende tutta la vita scout, infatti come dice B.-P. “l’aspetto fondamentale dello scautismo, il suo spirito e la chiave per comprenderlo è l’avventura fantastica della vita dei boschi” e il gioco, che si caratterizzano per una continua interdipendenza fra reale e virtuale. Forse, anche per questi motivi, il nostro metodo educativo è quello che si presta meglio di altri a preparare i ragazzi ad avvicinarsi al digitale in chiave educativa.

 

Fatto questo richiamo al metodo scout, prima di avviare il dibattito propongo qualche breve riflessione su alcuni temi che ho ripreso, di recente, da alcuni giornali. Mi hanno interessato particolarmente per la loro originalità e il taglio moderno con cui trattano alcuni degli argomenti che stiamo per discutere, nei quali ho tentato di vedere un possibile rapporto con lo scautismo. Su questi temi i relatori ritorneranno, certamente in modo più approfondito.

 

Comunicare con i segni: dalle tracce scout agli emoij

Apro con un articolo di Repubblica, che ha un titolo che desta subito curiosità: La scrittura senza parole. Secondo l’autore, Riccardo Luna (digital champion italiano) a forza di andare avanti siamo tornati indietro. Al linguaggio delle caverne. I disegnini. Oggi si chiamano emoij. Hanno sedici anni, vengono dal Giappone, da qualche tempo abitano nei nostri telefonini e stanno rottamando l’alfabeto. Le lingue del mondo. Invece di scrivere una frase lunga, sempre più spesso ce la caviamo con una faccina sorridente appropriata al caso (puoi sorridere in 30 modi diversi e lo stesso per arrabbiarti o piangere); oppure puoi mettere il disegni di una qualunque altra cosa (c’è ampia scelta le emoij sono più di 800).

E’ il dialogo al tempo di Whatsapp. E se non la chiamiamo rivoluzione è perché i primi uomini della Terra già facevano così. Deve essere che la vita è un cerchio: il primo giro delle parole è durato un millennio e adesso si ricomincia da capo.

E’ indubbio che queste osservazioni abbiano un senso provocatorio, ma mi fanno pensare ad alcune tecniche tradizionali, utilizzate da sempre nello scautismo come mezzi di comunicazioni: gli alfabeti morse e semaforico, il sistema delle tracce o l’uso dei simboli. Certo gli strumenti per la comunicazione sono cambiati, non più fischietti o bandierine, o tracce lasciate nel terreno o nella corteccia degli alberi, ma moderni newmedia. Forse il sistema può sembrare lo stesso, o no?

Apparentemente si ma il nostro tradizionale sistema di comunicazione scout si inserisce in un processo educativo che sviluppa l’osservazione, l’apprendimento e l’abilità manuale in un contesto di gioco, ricco di relazioni personali. Quindi? Impariamo a usare, non troppo, gli emoticon ma continuiamo anche a divertirci con i tradizionali sistemi di comunicazione scout, ben più utili sul piano educativo che richiedono un utile sforzo di apprendimento in quanto non è sufficiente fare un touch !

 

Creare buone abitudini anche nell’uso dei newmedia

A questo proposito, in un altro articolo sul “Sole 24 Ore”, Paola Mastrocola scrive: La tecnologia ci ha reso schiavi del touch, incapaci di ricordare e intasati da mail che buttiamo senza neanche leggere…Tutto è touch ormai. Tocchiamo, e ci appare ogni cosa. Le tastiere sono touch, i nomi, i numeri, le opzioni, i motori, gli ascensori, gli indirizzi, le app. Trovare un oggetto tecnologico che non sia touch è impresa ben ardua.

Quante volte al giorno tocchiamo uno schermo, una videata, un’icona? La nostra vita è diventata un toccare perpetuo.

Ci sono due aspetti, con riferimento al nostro scautismo, che vorrei sottolineare: a forza di touch sembra che diventiamo incapaci di ricordare, allora perché non rafforziamo la memoria dei nostri scout con dei semplici giochi, come tutte le varianti del gioco di Kim, oppure, nelle cacce al tesoro o nei grandi giochi, gli insegniamo a memorizzare i messaggi, magari cifrati, o le carte topografiche? Relativamente al “toccare perpetuo” credo valga sempre il consolidato suggerimento di B.-P. : quello di creare buoni abitudini: non si tratta oggi solo di fare vita all’aperto, curare il proprio fisico, ecc., ma anche di controllare il tempo che dedichiamo al touch.

 

Autoeducazione, come nello scautismo, anche per il digitale

In un altro articolo, di Dianora Baldi, sul Il Sole 24 ore, trovo alcune considerazioni che mi fanno pensare al percorso educativo scout: Oltre il digitale. Lo studente protagonista del suo percorso di apprendimento. La tecnologia da sola non fa scuola…senza un serio rinnovamento e cambiamento della didattica. Non stupisce, dunque, leggere i risultati del rapporto dell’OCSE sull’impatto del digitale in aula: distrazione, scarso rendimento, isolamento, fuga nell’immateriale e soprattutto un impatto irrilevante sulle performance scolastiche.

Anche alla base della pedagogia scout c’è il concetto di autoeducazione, intesa come partecipazione attiva, consapevole e critica dello stesso ragazzo al processo della formazione del carattere. Secondo B.-P. il principio su cui si basa lo scautismo è quello di venire incontro alle idee del ragazzo e incoraggiarlo ad educarsi da sé invece di venire istruito. Questo significa per il capo di oggi che non può far finta che il mondo del digitale non esista ma essere consapevole che appartiene ormai alla realtà dei propri ragazzi e quindi deve essere inserito in quel processo di autoeducazione così importante per lo sviluppo della loro personalità.

 

Non solo nuova tecnologia ma anche educazione tradizionale

La stessa autrice, fondatrice e vicepresidente dell’associazione “Impara Digitale, auspica un modello nuovo di scuola basato sulla convinzione che la semplice attenzione alla tecnologia debba essere superata. Bisogna guardare oltre, ad una scuola radicalmente nuova, in cui tornare a leggere libri, molti libri di carta? Perché no-, in cui rivalutare la tradizione classica che ci appartiene e che dobbiamo far rivivere come se fosse presente.

Anche qui, se mi è concesso di parafrasare questo concetto, sostituendo alla parola scuola la parola scautismo risulta evidente come il suggerimento comporti anche per noi la rivalutazione dello scautismo classico/tradizionale perché non è più sufficiente focalizzarsi solo sulla tecnologia di cui la nostra vita quotidiana è invasa. Dobbiamo invece sempre più rendere coscienti i nostri studenti (scout) di come utilizzarla al meglio, consapevolmente e criticamente.

 

Il nostro convegno vuole dare alcune risposte a questo temi che stanno appassionando molti capi, dai quali non si può prescindere, come ritiene lo stesso Papa Benedetto XVI che nel 2013, nel suo messaggio per la 47° giornata mondiale delle comunicazioni sociali, scrive: “L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani”.

Anche Papa Francesco, l’anno successivo, nel suo messaggio è ancora più esplicito: “Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale”.

 

Naturalmente questo fenomeno di massa dei nostri giorni comporta da parte dell’adulto, e quindi anche dei nostri capi, un atteggiamento educativo responsabile, tenuto conto dei vari ambiti in cui la rete di internet viene utilizzata dai giovani: da quello personale a quello scolastico, non solo come strumento di comunicazione o di apprendimento a scuola ma anche di gioco.

Si può quindi affermare che si tratta di un fenomeno trasversale nella vita dei ragazzi, che richiede competenze diverse per capire quale sia il comportamento più idoneo che devono tenere i genitori, l’insegnante, l’educatore e il capo scout. Un ruolo importante svolgono lo psicologo e lo psichiatra infantile, con particolare riferimento agli aspetti comportamentali e alle forme di deviazioni più diffuse, il pedagogista che deve essere in grado di orientare ad un uso educativo della rete, il sociologo e l’antropologo che possono darci una lettura quantitativa e qualitativa del fenomeno.

Un altro aspetto veramente rilevante che ci interessa da vicino è quello relativo all’uso del digitale nell’ambito delle attività scout con l’ideazione di nuove esperienze legate all’esplorazione e al gioco, oltre che all’utilizzo come mezzo di comunicazione, ormai generalizzato fra i diversi componenti di un gruppo scout.

Ecco, studiosi rappresentativi di queste varie competenze, la maggior parte con una conoscenza approfondita del metodo scout e provenienti da varie associazioni, saranno i relatori con un occhio attento al valore e al rispetto della tradizione e con l’altro all’innovazione, secondo lo stile scout che ci contraddistingue nel fare le cose.

Concludo infine nel ricordare ai capi più scettici sulla necessità di individuare un rapporto fra lo scautismo e il mondo del digitale che, secondo autorevoli esperti non si può fermare il cambiamento, quello che possiamo fare è educare i nostri ragazzi a chiedersi il perché delle cose, in modo da saperle gestire.

 

Ogni tecnologia ha sempre un uso buono e uno cattivo.

 

VITTORIO PRANZINI

 

 

Print Friendly, PDF & Email