Un incontro di Natale

Un incontro di Natale

Ti sei avvicinato con fare incerto alla mia macchina, ferma e in fila al semaforo, e dal vetro abbassato del finestrino ho voluto osservarti bene perché qualcosa nel tuo viso di giovane magrebino mi faceva intuire che c’era in te un che di insolito. Non avevi l’atteggiamento a volte assai risoluto dei tuoi conterranei o ‘colleghi’ che mostrano in vendita accendini o fazzoletti o che sollecitano con insistenza il lavaggio del parabrezza; anzi, se ben ricordo, non avevi proprio niente da vendermi.

I tuoi occhi vivi e scuri brillavano di una luce intensa e dolce e nei tuoi modi c’era tanto pudore e riservatezza, quasi tu temessi d’importunarmi. Chissà perché ho immediatamente pensato ad uno studente, ad una persona istruita, come se le buone creanze si imparassero esclusivamente sui libri e non fossero spesso anche una questione di indole, di buone abitudini e di rispetto verso il prossimo.

Ti ho consegnato del denaro, e nel far questo ho provato la sottile vergogna di sempre per tutta quella serie di considerazioni spicce che ci assalgono allorquando cerchiamo di sbrigarci, senza altre soluzioni o paragoniamo la nostra sorte a quella di tanti altri esseri umani, lasciando poi volutamente agli esperti le altre considerazioni di tipo sociologico.

Non mi aspettavo quanto mi hai chiesto ed ero sicura di aver assolto il mio compito/dovere anche stavolta per poi tornare ad immergermi nei miei quotidiani pensieri ed occupazioni. Invece tu non chiedevi denaro e mi hai domandato con timidezza e discrezione: “Mi dài un po’ di lavoro?” Dopo un attimo di smarrimento, alquanto spiazzata dall’insolita richiesta, per prima cosa mi sono interrogata su che cosa mai pretendessi tu da me: non vedevi che ti avevo ben accolto, avevo apprezzato i tuoi modi gentili, avevo scorto in te una persona perbene, pulita e vestita decentemente? Ed il rituale, ipocrita o no, non era già stato compiuto e la coscienza apparentemente sopita? Perché allora stravolgere tutto con una domanda così destabilizzante?

E’ vero, hai stravolto tutto: le mie certezze, che ora si rivelano incerte, la mia coerenza, ora invece assai incongruente ed i miei equilibri, all’improvviso così vacillanti, proprio a causa della tua inaspettata rivendicazione, pur rispettosa e sofferta, non tanto di un po’ di perbenistica e sbrigativa pietà usa-e-getta, quanto di vederti riconosciuto il tuo inalienabile diritto di vivere lavorando e non mendicando, perché anche tu hai dentro di te – grandissima, nonostante le continue mortificazioni – la dignità di uomo, di figlio di Dio.

Per questo, un instante dopo, sentimenti confusi e sgomenti mi hanno fatto sentire tanto vicina e solidale a te; ti ho quindi consigliato dove rivolgerti e tu, con sconsolata rassegnazione, mi hai informato che già lo avevi fatto, ma inutilmente. Poi però, ancora frastornata, non ti ho saputo più dire né dare nient’altro.

Arrivato il verde, ti ho salutato con una strana fretta e sono ripartita, ma se è vero, come è stato detto, che in una discussione vince chi è più sconfitto dalle cose che impara, io – in quel giorno di fine festività natalizie – ho ricevuto una lezione assai istruttiva proprio perché la mia evanescente, inappagante vittoria ha tanto il sapore di un’amara e bruciante sconfitta.

5 Gennaio 1997
Anna da Prato

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