Scout adulti tra impegno civile e spiritualità francescana

di Brunella Pucci

PESCIA Il campo del Masci ha ricordato gli 80 anni della Repubblica e gli 800 anni di san Francesco: due anniversari distanti, intrecciati in un unico cammino di responsabilità e fede.

A fine agosto si è tenuto a Pescia il campo estivo 2026 delle comunità Masci (Movimento adulti scout italiani) della Toscana. Gli adulti scout hanno soggiornato prevalentemente presso il monastero francescano San Ludovico a Colleviti da alcuni anni gestito da un gruppo di volontari appartenente alla Fraternità francescana secolare e presso il vicino istituto Elena Guerra, retto dalle suore Oblate dello Spirito Santo; due realtà che hanno fatto sperimentare il valore della fraterna accoglienza. A orientare il campo è stato il tema vissuto a carattere nazionale: 80-800, una sintesi che unisce gli 80 anni dalla nascita della Repubblica Italiana e gli 800 anni dal transito di san Francesco.

Il tema è stato sviluppato attraverso attività associative e, in modo particolare, durante la strada percorsa nel centro storico di Pescia nel pomeriggio di sabato 28 agosto. La prima tappa è stata la cattedrale: qui gli scout si sono soffermati nella prima cappella a destra per ammirare la tela del pittore pesciatino Luigi Norfini, di cui ricorrono i 200 anni dalla nascita. L’artista, noto per aver ritratto protagonisti ed episodi del Risorgimento, ha introdotto la riflessione sul valore dell’impegno civile.

La dimensione spirituale si è poi accesa di fronte al trittico della Madonna con Bambino di Luca e Andrea Della Robbia, schiudendo i temi cari alla mistica francescana. Il cammino è proseguito nella chiesa di San Antonio Abate davanti al gruppo ligneo della Deposizione: sculture medioevali di oltre 800 anni, ma ancora capaci di restituire con forza la drammaticità del Golgota. In questo clima di raccoglimento, la visita alla chiesa di San Francesco in cui si è potuto contemplare la celebre e splendida tavola del Berlinghieri raffigurante san Francesco e sei episodi della sua vita. Dipinta ad appena nove anni dalla morte del Poverello, l’opera ha donato a tutti la suggestione di guardare il volto del Santo così come appariva ai suoi contemporanei. Questo momento è stato arricchito dal contributo di Gian Michele Mostardini, (Maestro di formazione dell’Ordine francescano secolare).

Attraversato il fiume Pescia, il percorso si è focalizzato sulle conquiste civili e culturali dell’Italia repubblicana. Una tappa resa possibile grazie alla disponibilità dell’assessore alla cultura Claudia Massi che ha garantito l’apertura dei musei pur in presenza di lavori di allestimento e all’accoglienza dei volontari dell’associazione Amici dei musei e dei monumenti di Pescia.

A Palazzo Galeotti, guidati dal cultore d’arte Francesco Lucchesi, gli adulti scout hanno visitato la mostra del Norfini per poi salire al piano superiore, dove sono custodite le opere in deposito dagli Uffizi che i cittadini pesciatini riuscirono a nascondere e sottrarre al saccheggio durante l’occupazione tedesca.

La tappa successiva al Palagio, luogo restituito alla città grazie al restauro avvenuto in questo tempo di pace e solidarietà che ha permesso di fare memoria delle pagine migliori del nostro passato. Tra i gessi dello scultore Libero Andreotti, la professoressa Stefania Susini ha aiutato a decifrare il messaggio etico dell’artista. Il percorso cittadino si è infine concluso in Piazza Mazzini, ammirando il Palazzo del Vicario e il Palazzo Comunale con la sua Torre civica, simbolo di libertà e autodeterminazione: valori fondanti della nostra Carta costituzionale.
Gli adulti scout durante la visita alla città di Pescia sono stati accompagnati dallo scrittore e storico per amore Marco Ricci che l’ha arricchita di notizie, spunti di riflessione e riferimenti storici che hanno reso l’esperienza completa e immersiva tra storia e attualità.


La giornata di sabato si è chiusa con una bella esperienza serale: dopo la cena comunitaria, l’attore Corrado La Grasta ha messo in scena il monologo «Non è stata la mano di Dio», in memoria di don Peppe Diana. Un’interpretazione intensa, salutata da lunghi applausi, conclusa con un appello a non cedere alla logica dei favoritismi ma a testimoniare la cultura dei diritti, unico vero argine contro le mafie.

Due anniversari, gli 80 e gli 800 anni, apparentemente distanti, ma che la storia italiana e quella della comunità di Pescia hanno saputo intrecciare in un unico cammino di responsabilità e fede.
Lo spirito fraterno e di collaborazione delle comunità Masci che hanno partecipato al campo estivo ha fatto sì che l’organizzazione fosse il frutto del lavoro di tutti con il risultato di una bellissima esperienza. Dai partecipanti, un sentito buona strada e un grazie di cuore ai segretari regionali Margherita e Massimo per la guida di queste giornate!

Campo estivo 2026

Monastero Francescano San Ludovico a Colleviti

Via di Colleviti, 23 Pescia (PT)

Adagiato su una verde collina da cui si gode un incredibile panorama, il convento francescano di Colleviti fu edificato alla fine del XV secolo sui resti dell’antico fortilizio medievale. Questo luogo di pace e di preghiera, circondato da vigne e oliveti, fu ampliato e rimodernato tra il XVII e il XVIII secolo; tra gli interventi risalta l’attuale chiostro con colonnato in pietra serena affacciato sulla grande cisterna. Il complesso comprende la chiesa di San Ludovico (di Tolosa), ricca di tele, con un grande altare marmoreo e un prezioso coro ligneo seicentesco. Custodisce inoltre una storica biblioteca: impoverita nel 1810 a causa della soppressione napoleonica, fu poi con pazienza ricostituita dai frati fino a raccogliere circa 3.000 volumi.

Programma del campo

Venerdì 28 agosto

  • 16,00 Accoglienza (Viareggio 3 e S. G. Giovanni V,no)
  • 17,30 Inizio Campo Estivo
  • 17,45 Gioco (Comunità Massa 2)
  • 19,45 Cena
  • 21,00 Serata Gioia (Comunità Livorno 2)
  • 23,00 Preghiera (Margherita)

Sabato 29 agosto

  • 7,30-8,30 Colazione
  • 8,45 Preghiera (Margherita)
  • 9,00 Attività al campo (Alfiere)
  • 12,30 Pranzo
  • 15,30 Partenza visita Pescia
  • 19,00 Cena
  • 21,00 Evento (Non è stata la mano di Dio)
  • 23,00 Preghiera (Margherita)

Domenica 30 agosto

  • 7,30-8,30 Colazione
  • Prove canti
  • Santa Messa (Pontremoli 1)
  • Verifica Campo
  • 12,30 Pranzo
  • Sistemazione luogo Campo
  • 15,30 Chiusura Campo

Informazioni utili per i partecipanti

Cosa Portarsi:

  • Lenzuola, coperta e federa (oppure sacco a pelo)
  • Asciugamani.

Note organizzative:

  • Preghiere ai pasti (comunità Massa 2)
  • Refettorio e cucina sono curati dalla Comunità Capezzano 1

Convocazione del Consiglio Regionale 20 Giugno 2026

«Coltivare una sana inquietudine…»

“Nelle nostre società l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza…”

“…è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro. È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo…“

QUANDO: 20 Giugno 2026

DOVE: Oratorio Don Bosco Via Maroncelli 334 – Viareggio LU

ORA: inizio ore 10,00 e termine alle ore 16,00

Ordine del Giorno

  1. Notizie Consiglio Nazionale 80-800
  2. Campo Estivo – Organizzazione: programma e divisione di compiti
  3. Notizie Marcia Madonna degli Scout
  4. Varie ed eventuali

Riflessioni dal Campo Bibbia 2026: Appunti e pensieri sugli Atti

Pubblichiamo questo approfondimento sugli Atti degli Apostoli, a cura di Marino Monachini.
Egli ci offre una sintesi e un’approfondita riflessione sui testi lucani, generata dalla sua conoscenza biblica ed ispirata dalle riflessioni condivise durante l’ultimo campo bibbia. Ringraziamo Marino, che ha saputo far sue e interiorizzare le suggestioni e gli spunti offerti durante il campo.

Gli Atti degli Apostoli (a cura di Marino Monachini)

Gesù non c’è più, ma continua il suo messaggio con i suoi discepoli; questo è ciò di cui il libro degli Atti ci parla. Luca ne è l’autore. Egli ha un programma ben preciso:
1 – parlare di Gesù (il Vangelo);
2 – parlare della sua Chiesa (Gli Atti).
Già negli scritti dei primi secoli gli Atti sono messi subito dopo il Vangelo di Luca.

Sia il suo Vangelo sia gli Atti sono dedicati ad un personaggio: Teofilo (=”amico di Dio”), che non è detto sia una persona in particolare. Luca racconta non perché ha veduto, ma perché ha sentito dai discepoli, soprattutto da Paolo.

L’inizio degli Atti si rifà alla fine del suo Vangelo: il Vangelo ci lascia a Gerusalemme e gli Atti ripartono da Gerusalemme per finire a Roma. Da diversi passi del libro si arguisce che Luca era presente nello svolgersi del viaggio di Paolo (Vedi capp. 16 e 27). Quindi, in una parte del Libro anche Luca ne è un personaggio.

“Atti degli Apostoli”. Quali Apostoli? Pietro e Paolo. Pietro è il protagonista del primo tempo (Capp. 1 – 12). Dal Cap. 13 fino alla fine inizia la vicenda di Paolo, partendo da Antiochia. Va notato che Pietro inizia la sua avventura a Gerusalemme, Paolo ad Antiochia, suo riferimento naturale essendo egli di Tarso ed avendo fatto lì i suoi studi. Il nuovo messaggio del Cristianesimo si muove dall’oriente per arrivare fino a Roma, centro dell’Impero.

Scopo del libro è narrare come la parola di Dio è arrivata a Roma, non tanto la vita di alcuni Apostoli, in ossequio all’affermazione che troviamo al cap. 12, vers. 24: “La parola di Dio cresceva e si diffondeva.”

Il protagonista degli Atti è lo Spirito Santo che per tutto il libro guida, ordina, coordina. Lo potremmo chiamare: ”Il Libro degli Atti dello Spirito”. Infatti è evidente che sia Lo Spirito che guida gli atti di Pietro e di Paolo. Luca scrive il libro degli Atti intorno agli anni 80 d.C. ed in essi abbraccia i primi trenta anni della vita della Chiesa.

La Pentecoste (Atti 2)

Gesù la promette in At. 1,6
Nei primi passi del Vangelo di Luca c’è lo Spirito che prepara la nascita di Gesù; negli Atti al cap 2 lo Spirito prepara la nascita della Chiesa.

Luca non era ebreo, era pagano. Ad Antiochia si avvicina alle Scritture e le approfondisce fino a possederle con maestria, come si può desumere dai due Cantici posti all’inizio del suo Vangelo: quello di Elisabetta (“Benedictus”) e quello di Maria (“Magnificat”) pieni di citazioni dell’Antico Testamento.

Pentecoste era la festa dei cinquanta giorni dopo la Pasqua: “La festa delle settimane”, per gli Ebrei, che vi ricordano gli avvenimenti del Sinai. Anche là tutto il popolo era riunito, anche là un grande boato, anche là le lingue di fuoco, anche là “Il terzo giorno sul far del mattino” (Es. 19,16).

Si tratta di un parallelismo interessante tra la nascita della Chiesa e la nascita della “Legge”. Il Sinai diventa una “montagna di fuoco”, ed il fuoco ritorna sotto forma di lingue a Pentecoste. Luca ha grande conoscenza dell’A.T. e gli piace cogliere i parallelismi con il N.T. In Es. 20 si trovano le “10 Parole” ed ogni parola è una fiamma.

Per Luca la Pentecoste diventa la “Nuova Alleanza”, la nascita della Chiesa. Lo Spirito domina tutta la scena, ne è il protagonista assoluto con il tuono, il fuoco, le lingue. (At. 4,31) La scena si ripeterà ad Efeso con Paolo e il miracolo delle lingue (At. 19,1-7).

Insomma, la presenza dello Spirito è una presenza costante che si manifesta nel miracolo delle lingue (70 lingue, cioè quelle di tutto il mondo). La novità è che il nuovo messaggio non è diretto solo al popolo ebraico, ma ad ogni popolo della terra. A Gerusalemme si andava per Pasqua, Pentecoste, e la “Festa delle Capanne”; ecco perché erano presenti persone appartenenti a tanti popoli. E la parola degli Apostoli è diretta ed arriva a tutti i popoli.

Il Sinai compatto il popolo degli ebrei e ne fece un popolo; la Pentecoste compatta il primo popolo della Chiesa (“circa 3000 persone”) e ne fa un unico sentire. Ciò che unisce il nuovo popolo è “lo spezzare il pane” e la preghiera (At. 2,42-47).

La Pasqua di Pietro (At,12)

È l’ultima scena in cui Pietro è presente; fino a questo capitolo Pietro è il protagonista del racconto. Nel suo discorso Pietro prende il posto di Gesù e tutta la Chiesa si rivolge a lui. Pietro (e non Paolo) è colui che apre ai pagani (At. 10). Va in casa di Cornelio sotto ispirazione dello Spirito Santo e battezza lui con tutta la sua famiglia.

La sua vicenda narrata negli Atti non è solo cronaca, ma ci sono evidenti insegnamenti. Sembra che Luca voglia far vedere come la Pasqua di Gesù sia vissuta da Pietro: il carcere è una tomba e Pietro ne esce grazie ad un intervento divino. In sottofondo alla liberazione di Pietro c’è una comunità che prega incessantemente per lui.

La preghiera è una costante nelle prime comunità cristiane. La Chiesa primitiva prega e spezza il pane in comunione. Ci si cibava del Pane e della Preghiera. E la preghiera della comunità libera Pietro. Pregare non è perdere tempo: Dio sente il grido del suo popolo in Egitto; Dio ascolta chi lo invoca con cuore sincero.

Il racconto finisce con la morte di Erode, ma tale racconto non è fine a se stesso: Luca vuole che tu non legga solo il racconto, ma che ci entri dentro e ne scopra il messaggio. Dopo un tempo di prova c’è sempre un tempo di salvezza. Quando la prova viene dall’esterno la Chiesa si irrobustisce; quando viene dall’interno si indebolisce.

Paolo: ebreo di Tarso di lingua greca

Paolo fa parte della Chiesa di Antiochia: qui ha studiato le Scritture, qui ha approfondito la dottrina cristiana. Quella di Saulo non è una vera conversione, perché egli era già un credente, la sua è soprattutto una chiamata.

Questo evento negli Atti viene richiamato tre volte. Aprire gli occhi sulla figura e sul messaggio di Cristo ed arrivare a proclamarne la divinità a chi lo ascoltava è per la prima Chiesa un grande miracolo: un persecutore che si fa apostolo! (At. 9,21.26) Prima vedeva nei seguaci di Gesù un’erba cattiva da estirpare, perché ponevano le parole di Gesù al di sopra della Torà; ora ha compreso che esse non rifiutano la Torà, ma la completano con un messaggio nuovo.

La sua è una vera folgorazione: non c’è una preparazione, ma si tratta di un avvenimento improvviso. Dopo di esso Paolo deve rimettere in discussione tutte le sue convinzioni, senza nulla rifiutare, ma ponendole sotto una luce diversa.

I suoi ripensamenti durarono dieci anni. Aveva avuto la visione a trenta anni. Tra il capitolo 9 ed il capitolo 13 intercorrono 10 anni di ripensamenti. Capisce che Gesù si identifica con la comunità cristiana: “Io sono quel Gesù che tu perseguiti”, quella comunità che con Anania lo accoglie nel suo seno chiamandolo “fratello”.

Ad Anania Gesù rivela anche la missione che ha riservato per Paolo: “…affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re ed ai figli di Israele”. Le missioni di Paolo hanno il campo base ad Antiochia, sempre rivolte verso occidente, verso Roma. Il primo viaggio lo portò ad Efeso, il secondo a Corinto, il terzo lo riporta ad Efeso. Nel primo viaggio egli dice: ”Dio ha aperto la porta ai gentili.”

È dopo il primo viaggio che egli si porta a Gerusalemme, dove la Chiesa è nata e dove sono ancora presenti Pietro ed altri Apostoli, per confrontarsi con essi sul modo di comportarsi con i gentili. Egli si ritiene come l’ultimo degli Apostoli e tiene in considerazione coloro che hanno vissuto insieme al Maestro. Nei confronti delle nuove comunità fondate, Paolo se ne prende cura o visitandole o scrivendo loro. Da Corinto scrisse ai Romani, perché la sua intenzione era andare a Roma. Al momento non ci riuscì, ma ci sarebbe arrivato in catene.

Il nome iniziale di Paolo è Saul, infatti la sua famiglia apparteneva alla tribù di Beniamino nella quale nacque il re Saul. Prese il nome di Paolo nel primo viaggio apostolico. A Tarso c’era una grande università che Paolo poté frequentare. Di seguito si recò a Gerusalemme alla scuola di Gamaliele.

A Roma rimase agli arresti domiciliari in Via Arenula, vicino alla sinagoga e ciò gli permise di poter parlare per primo con i responsabili di questa (At. 28,17). Paolo è un uomo che amava le grandi città: Antiochia, Efeso, Corinto, Roma, Gerusalemme.

Nei suoi viaggi non va mai da solo: Barnaba, Timoteo, Giovanni-Marco, ecc. lo hanno accompagnato. Anche da prigioniero aveva Luca con sé. I suoi primi riferimenti sono sempre le sinagoghe dove si sentiva un po’ in famiglia e dove c’era gente che conosceva le Scritture. Gli fu sempre nel cuore la comunità di Gerusalemme con la quale si sentiva in perfetta comunione e per la quale raccoglieva le offerte nelle altre chiese per il suo sostentamento.

La sua predicazione aveva un solo tema: Cristo crocifisso e risorto.
Questo è il Vangelo di Paolo: la vera rivelazione della vita del suo Cristo.

Una donna alla fontana

Momento di riflessione

Una donna alla fontana
Era una figlia del suo popolo. Nessuno le aveva detto che era nata senza peccato.
Nessuno le aveva detto che sarebbe stata la Madre di Dio.
Come tutte le donne di Nazaret, ogni giorno andava alla fontana, ma Dio aveva
posto su di lei il suo sguardo e fin dall’eterno l’aveva pensata.
Era una donna della terra, ma senza che lei lo sapesse, faceva già parte del Cielo.
I suoi genitori erano figli della loro terra: arida, sassosa, avara di frutti e non
vestivano le belle vesti delle quali i nostri grandi pittori li avrebbero rivestiti nelle
loro tele. Vivevano di grandi speranze per il futuro e per i loro figli.

Maria fu una figlia del popolo e, come il popolo, senza valore agli occhi degli uomini,
ma già baciata dal bacio di Dio. Dio camminava in lei e fecondava quella dura terra di
Palestina con la sua presenza in Maria.
Le Scritture l’avevano lodata, l’avevano osannata fin dal principio dei tempi.
Un Paradiso perduto aveva riposto in lei la sua speranza, ma lei tutto ciò non lo
sapeva.
Ascoltava quelle parole il sabato nella sinagoga e pensava che si riferissero ad altri.
Le meditava nel suo cuore pensando all’amore che Dio aveva per Israele e sognava,
come gli altri israeliti, il giorno in cui avrebbe ridato al suo popolo la libertà e lo
avrebbe di nuovo avvolto nella sua consolazione. Sarebbe tornato il regno di David,
ma Maria non sapeva che il nuovo David sarebbe stato suo Figlio.
Se ne andava ad attingere acqua alla fontana: per gli uomini una delle tante, per Dio
la madre di suo Figlio.

E venne il giorno, e venne l’annuncio. Per un attimo il regno dei Cieli e degli uomini
rimase appeso al suo “Sì”.
E venne il parto che Cielo e Terra aspettavano fin dalle loro origini. E venne lo
stupore in Maria per come lo aveva avuto quel figlio, donato da Dio, ma per lei figlio
suo. Altre donne avevano avuto figli ed, a vederli, sembravano tutti uguali.

Ogni tanto, però, un segno, uno sguardo, una parola, un comportamento la
facevano riflettere su cosa sarebbe stato quel bambino per annunciare il quale il
Cielo era disceso in terra.
Lo guardava piallare il legno insieme a Giuseppe e le usciva un sospiro.
Poi il Figlio se ne andò e incominciò a percorrere le strade polverose della Palestina
con un codazzo di gente che sarebbe diventato ben presto una folla che non lo
lasciava più in pace.
Lui predicava una nuova novella che parlava di pace, di amore, di un regno dei cieli
che si faceva fatica a capire.
Lei continuava la sua umile vita nella casa di Nazaret e quando le folle gridavano la
gloria del Figlio, lei non c’era.
Ma un giorno lo inchiodarono ad una croce, e lei era presente. Nel dolore di un figlio
non può mancare la presenza di una madre.

Lei c’era e stava là sotto la croce, in piedi, bloccata dal dolore e dal mistero.
Colui che le Scritture da secoli avevano annunciato, moriva su una croce.
Per molti era un uomo, per altri era Dio, per lei era il figlio.
Pianse davanti alla morte, pianse non osando sperare, pianse semplicemente come
una madre piange il figlio morto.
Ma ciò che non aveva sperato si avverò.

La pietra del sepolcro si ribaltò: Gesù è risorto.
Lo dissero le donne, lo dissero gli Apostoli, piena di gioia e di amore lo disse Maria
Maddalena.
E questa gioia proruppe in tutti quei cuori che gli erano stati vicini.
Anche il suo si riempì di gioia, ma ora che tutti gioiscono, i Vangeli non parlano di lei.
Essa torna ad essere l’umile donna che va a riempire la sua anfora alla fontana.
Però questa volta non è l’acqua quella che la riempie: Maria continua a camminare
sorridendo sotto il suo peso, perché sta trasportando ormai la gloria di Dio.

Marino da Arezzo

La bambina e le stelle marine

Una tempesta terribile si abbatté sul mare.

Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di maglio, o come vomeri d’acciaio aravano il fondo marino scaraventando le piccole bestiole del fondo, i crostacei e i piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare.

Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l’acqua si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa.

Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche delle troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo. Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche una bambina che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.

All’improvviso, la bambina lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre stelle del mare e, sempre correndo, le portò nell’acqua. Poi tornò indietro e ripeté l’operazione.

Dalla balaustrata di cemento, un uomo lo chiamò. “Ma che fai, ragazzina?”. “Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia” rispose la bambina senza smettere di correre.

“Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!” gridò l’uomo. “E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa! Non puoi cambiare le cose!”

La bambina sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: “Ho cambiato le cose per questa qui”.

L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell’acqua. Qualche minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle di mare nell’acqua.

Così furono salvate tutte.

Tratto da “A volte basta un raggio di sole” di Bruno Ferrero (Autore), Luigi Zonta (Artwork)

Adulti nella Chiesa

Vi fu un tempo in cui vivevamo in una civiltà sacrale in cui il ritmo della vita era scandito dalla campana.

Poca istruzione, abitudine ad obbedire a chi ne sapeva più di te: genitori, autorità, ecclesiastiche e civili, al padrone, ecc.
L’individuo attingeva a queste fonti di saggezza in modo spontaneo, senza remore; assimilava ciò che altri avevano elaborato per lui. Si viveva nella fiducia, certi che quelle fonti non potevano ingannare.
Era stato così fin dai tempi antichi e non c’era motivo di cambiare proprio ora.

D’altra parte faceva anche comodo che ci fosse qualcuno che pensava e decideva per te: tu dovevi solo ascoltare e cercare di mettere in pratica ciò che ti veniva detto.

Poi nella Chiesa ci fu una vera e propria nuova Pentecoste: il Concilio Vaticano II.
Lo Spirito si mise a soffiare come un tempo in Palestina e pretese un cristiano adulto, consapevole del suo sapere e delle sue scelte, partecipe attivo alla costruzione del meraviglioso Corpo Mistico di Cristo: la Chiesa.

Così il cristiano si ritrovò ad essere non più un vaso da riempire, ma un vaso da cui attingere per la crescita di tutto l’universo. Il grande edificio della Chiesa, questa meravigliosa cattedrale dedicata a Dio, richiedeva la sua opera, la sua pietra da incastonare nel tutto, perché tutto fosse più saldo e più bello. Questa meravigliosa cattedrale dedicata a Dio non poteva più fare a meno del suo apporto: senza di esso avrebbe presentato una imperfezione che nessun altro avrebbe potuto sanare.

Dio ha dato a ciascuno di noi un carisma e solo noi possiamo metterlo a disposizione; e la Chiesa ed il mondo hanno bisogno di questo carisma seppur piccola cosa nel tutto.

Ci siamo resi conto che il solo Magistero non voleva dire “Chiesa”; era un aspetto di essa: necessario, ma non era la Chiesa di Cristo.
La Chiesa di Cristo è tutto il popolo di Dio che si stringe in un unicum e porta avanti così il messaggio del Cristo e le aspirazioni di Dio creatore sul mondo.

Non ci sono dignità diverse nella Chiesa. Ci sono dignità distinte, ma l’una non può fare a meno dell’altra e tutte hanno pari dignità. L’una arricchisce l’altra, ottenendo come risultato una Chiesa ed un mondo migliore in ogni sua parte.

Il laico adulto è l’anima della Chiesa: si abbevera ancora alle fonti della salvezza da essa custodite, ma sarà sua cura irrigare i campi del mondo seguendo il mandato del Cristo: “Andate…”

Il mondo è formato di laici ed è proprio del laico interessarsi delle cose temporali. E’ lui che vive nel tempo: nella famiglia, nella politica, nel mondo del lavoro, nel mondo di chi crea bisogni e di chi ha questi bisogni.

Sta a lui creare opportunità rispettose di ogni uomo ed utili a tutti; sta a lui tradurre in cose pratiche il messaggio di Cristo. Sta a lui incanalare le cose temporali verso il fine per cui Dio le ha predisposte.
E’ lui l’artefice della storia e, se ha fatto tesoro del messaggio di Cristo, la storia si avvierà sui binari della pace, dell’onestà, dell’uguaglianza, del rispetto verso tutti.

L’adulto formato nella Chiesa è un operatore attivo nella composizione del mondo; un attore di cui non si deve avere paura, ma al quale si deve dare fiducia, perché attraverso lui Dio opera nel mondo. Il mondo è il suo regno; egli sa arrivare dove altri non possono, ed egli potrà essere il lievito che, dall’interno, farà fermentare la massa. La sua cultura, la sua formazione gli danno ormai la possibilità di discernere il bene dal male e di incanalare le risorse a sua disposizione verso un mondo più giusto e più in pace.

L’adulto nella Chiesa non è una pecorella da tenere al guinzaglio e portarla dove altri vuole. Ma un protagonista a cui rivolgersi per suggerimenti su cose che egli vive ogni giorno e di cui tutta la sua vita è impastata.

Di quanta ricchezza si è privata la Chiesa quando ha ritenuto giusto arroccarsi sulla sua montagna, forte della sua virtù!
Ma il mondo scorreva ai suoi piedi, mosso dai propri valori e privo di tanta virtù.
E non si era accorta che Dio non era sul monte, ma in mezzo al popolo in cammino, lo teneva unito e lo guidava nel suo procedere.

Sì, è una ricchezza il pensiero del cristiano adulto, una ricchezza della quale la Chiesa non può fare a meno se non si vuol impoverire.
Egli vive e lavora per il mondo in cui è immerso ogni giorno e nel quale la Chiesa si deve immergere, anche con il rischio di sporcarsi, perché a questo mondo essa è stata mandata e per esso è stata costituita.
E’ un mondo di uomini, perciò fatto anche di debolezze, di ingiustizie, di peccato. Ma se non ti cali in esso non lo potrai capire.

Santa Chiesa di Dio, ti aiuteranno gli adulti che hai formato a trovare per esso i rimedi necessari per colmare le valli e ripianare i monti, per abbattere le discriminazioni tra gli uomini in quanto tutti figli di Dio e tutti redenti in Cristo.

Affidati con fiducia a chi ama Dio e il mondo come li ami tu. I tuoi adulti non sono dei concorrenti, ma dei collaboratori.

Tu vigila, suggerisci, riprendi, ma approfitta dei carismi che essi ti mettono a disposizione: sono carismi che vengono da Dio e, quindi, un aiuto alle tue necessità.

Ed allora la Chiesa sarà il cammino di un popolo unito, in cui ognuno occupa il suo posto, ma tutti concorrono a farne un’unica realtà.

Relazione presentata al 1° Campo Nazionale sul tema “Adulti nella Chiesa”

Marino da Arezzo

Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna

Chiusi nelle nostre case ci lasciamo appena sfiorare dalla primavera che incombe.

Primavera: tempo di rinascita. Per molti di noi quest’anno, tempo di dolore e di morte.
Ciò ci induce a riflettere nei silenzi delle nostre case al mistero della vita.

Ci affacciamo a questo mondo sospinti dalla volontà altrui. Iniziamo un cammino misto di gioie e di difficoltà, spesso di dolore. Le gioie che abbiamo, però, valgono i nostri affanni: dal nulla siamo stati chiamati ed approdati alla vita, dal non-essere all’essere, dal nulla al tutto. Intorno a noi il mondo cammina e ci coinvolge nel suo andare facendo di noi dei protagonisti nel suo evolvere. Da quando siamo nati esso non è più lo stesso: ha una vita in più e, quindi, è più perfetto. Esso ha bisogno del nostro apporto per essere tale.

Inizia un cammino lungo, accidentato, che neppure con la morte vedrà la sua fine. Sì, perché, tu ci creda o meno, ormai non finirai più. Dio ha disposto per te un’eternità che non vede tramonto. Il corpo potrà anche tornare ad essere polvere, ma lo spirito vivrà in eterno. Dio lo accoglierà di nuovo in Sé perché da Lui proviene.

Son queste le “parole di vita eterna” che il Cristo è venuto a portare e Pietro, questo pescatore onesto, indurito dalle fatiche della vita, ha saputo cogliere l’essenza del messaggio del suo Maestro. Il linguaggio del Cristo è spesso duro, difficile a comprendersi, anche per noi che generazioni e generazioni di saggi uomini hanno cercato di istruire. Il povero Pietro non capisce fino in fondo, non può capire, ma sa che in quelle parole sta tutta la speranza dell’uomo. In esse capisce che la sua esistenza non avrà fine; c’è un’eternità che lo aspetta, un Cuore grande che ha creato il mondo e che vuole che tutto in Lui ritorni per godere di una gioia eterna.

Allora non importa se non si capisce fino in fondo; è sufficiente accontentarsi della Sua parola, perché è una parola che non tradisce, è una parola veritiera, una parola spesso dura, ma che spalanca la vita eterna.

Marino da Arezzo