
Pubblichiamo questo approfondimento sugli Atti degli Apostoli, a cura di Marino Monachini.
Egli ci offre una sintesi e un’approfondita riflessione sui testi lucani, generata dalla sua conoscenza biblica ed ispirata dalle riflessioni condivise durante l’ultimo campo bibbia. Ringraziamo Marino, che ha saputo far sue e interiorizzare le suggestioni e gli spunti offerti durante il campo.
Gli Atti degli Apostoli (a cura di Marino Monachini)
Gesù non c’è più, ma continua il suo messaggio con i suoi discepoli; questo è ciò di cui il libro degli Atti ci parla. Luca ne è l’autore. Egli ha un programma ben preciso:
1 – parlare di Gesù (il Vangelo);
2 – parlare della sua Chiesa (Gli Atti).
Già negli scritti dei primi secoli gli Atti sono messi subito dopo il Vangelo di Luca.
Sia il suo Vangelo sia gli Atti sono dedicati ad un personaggio: Teofilo (=”amico di Dio”), che non è detto sia una persona in particolare. Luca racconta non perché ha veduto, ma perché ha sentito dai discepoli, soprattutto da Paolo.
L’inizio degli Atti si rifà alla fine del suo Vangelo: il Vangelo ci lascia a Gerusalemme e gli Atti ripartono da Gerusalemme per finire a Roma. Da diversi passi del libro si arguisce che Luca era presente nello svolgersi del viaggio di Paolo (Vedi capp. 16 e 27). Quindi, in una parte del Libro anche Luca ne è un personaggio.
“Atti degli Apostoli”. Quali Apostoli? Pietro e Paolo. Pietro è il protagonista del primo tempo (Capp. 1 – 12). Dal Cap. 13 fino alla fine inizia la vicenda di Paolo, partendo da Antiochia. Va notato che Pietro inizia la sua avventura a Gerusalemme, Paolo ad Antiochia, suo riferimento naturale essendo egli di Tarso ed avendo fatto lì i suoi studi. Il nuovo messaggio del Cristianesimo si muove dall’oriente per arrivare fino a Roma, centro dell’Impero.
Scopo del libro è narrare come la parola di Dio è arrivata a Roma, non tanto la vita di alcuni Apostoli, in ossequio all’affermazione che troviamo al cap. 12, vers. 24: “La parola di Dio cresceva e si diffondeva.”
Il protagonista degli Atti è lo Spirito Santo che per tutto il libro guida, ordina, coordina. Lo potremmo chiamare: ”Il Libro degli Atti dello Spirito”. Infatti è evidente che sia Lo Spirito che guida gli atti di Pietro e di Paolo. Luca scrive il libro degli Atti intorno agli anni 80 d.C. ed in essi abbraccia i primi trenta anni della vita della Chiesa.
La Pentecoste (Atti 2)
Gesù la promette in At. 1,6
Nei primi passi del Vangelo di Luca c’è lo Spirito che prepara la nascita di Gesù; negli Atti al cap 2 lo Spirito prepara la nascita della Chiesa.
Luca non era ebreo, era pagano. Ad Antiochia si avvicina alle Scritture e le approfondisce fino a possederle con maestria, come si può desumere dai due Cantici posti all’inizio del suo Vangelo: quello di Elisabetta (“Benedictus”) e quello di Maria (“Magnificat”) pieni di citazioni dell’Antico Testamento.
Pentecoste era la festa dei cinquanta giorni dopo la Pasqua: “La festa delle settimane”, per gli Ebrei, che vi ricordano gli avvenimenti del Sinai. Anche là tutto il popolo era riunito, anche là un grande boato, anche là le lingue di fuoco, anche là “Il terzo giorno sul far del mattino” (Es. 19,16).
Si tratta di un parallelismo interessante tra la nascita della Chiesa e la nascita della “Legge”. Il Sinai diventa una “montagna di fuoco”, ed il fuoco ritorna sotto forma di lingue a Pentecoste. Luca ha grande conoscenza dell’A.T. e gli piace cogliere i parallelismi con il N.T. In Es. 20 si trovano le “10 Parole” ed ogni parola è una fiamma.
Per Luca la Pentecoste diventa la “Nuova Alleanza”, la nascita della Chiesa. Lo Spirito domina tutta la scena, ne è il protagonista assoluto con il tuono, il fuoco, le lingue. (At. 4,31) La scena si ripeterà ad Efeso con Paolo e il miracolo delle lingue (At. 19,1-7).
Insomma, la presenza dello Spirito è una presenza costante che si manifesta nel miracolo delle lingue (70 lingue, cioè quelle di tutto il mondo). La novità è che il nuovo messaggio non è diretto solo al popolo ebraico, ma ad ogni popolo della terra. A Gerusalemme si andava per Pasqua, Pentecoste, e la “Festa delle Capanne”; ecco perché erano presenti persone appartenenti a tanti popoli. E la parola degli Apostoli è diretta ed arriva a tutti i popoli.
Il Sinai compatto il popolo degli ebrei e ne fece un popolo; la Pentecoste compatta il primo popolo della Chiesa (“circa 3000 persone”) e ne fa un unico sentire. Ciò che unisce il nuovo popolo è “lo spezzare il pane” e la preghiera (At. 2,42-47).
La Pasqua di Pietro (At,12)
È l’ultima scena in cui Pietro è presente; fino a questo capitolo Pietro è il protagonista del racconto. Nel suo discorso Pietro prende il posto di Gesù e tutta la Chiesa si rivolge a lui. Pietro (e non Paolo) è colui che apre ai pagani (At. 10). Va in casa di Cornelio sotto ispirazione dello Spirito Santo e battezza lui con tutta la sua famiglia.
La sua vicenda narrata negli Atti non è solo cronaca, ma ci sono evidenti insegnamenti. Sembra che Luca voglia far vedere come la Pasqua di Gesù sia vissuta da Pietro: il carcere è una tomba e Pietro ne esce grazie ad un intervento divino. In sottofondo alla liberazione di Pietro c’è una comunità che prega incessantemente per lui.
La preghiera è una costante nelle prime comunità cristiane. La Chiesa primitiva prega e spezza il pane in comunione. Ci si cibava del Pane e della Preghiera. E la preghiera della comunità libera Pietro. Pregare non è perdere tempo: Dio sente il grido del suo popolo in Egitto; Dio ascolta chi lo invoca con cuore sincero.
Il racconto finisce con la morte di Erode, ma tale racconto non è fine a se stesso: Luca vuole che tu non legga solo il racconto, ma che ci entri dentro e ne scopra il messaggio. Dopo un tempo di prova c’è sempre un tempo di salvezza. Quando la prova viene dall’esterno la Chiesa si irrobustisce; quando viene dall’interno si indebolisce.
Paolo: ebreo di Tarso di lingua greca
Paolo fa parte della Chiesa di Antiochia: qui ha studiato le Scritture, qui ha approfondito la dottrina cristiana. Quella di Saulo non è una vera conversione, perché egli era già un credente, la sua è soprattutto una chiamata.
Questo evento negli Atti viene richiamato tre volte. Aprire gli occhi sulla figura e sul messaggio di Cristo ed arrivare a proclamarne la divinità a chi lo ascoltava è per la prima Chiesa un grande miracolo: un persecutore che si fa apostolo! (At. 9,21.26) Prima vedeva nei seguaci di Gesù un’erba cattiva da estirpare, perché ponevano le parole di Gesù al di sopra della Torà; ora ha compreso che esse non rifiutano la Torà, ma la completano con un messaggio nuovo.
La sua è una vera folgorazione: non c’è una preparazione, ma si tratta di un avvenimento improvviso. Dopo di esso Paolo deve rimettere in discussione tutte le sue convinzioni, senza nulla rifiutare, ma ponendole sotto una luce diversa.
I suoi ripensamenti durarono dieci anni. Aveva avuto la visione a trenta anni. Tra il capitolo 9 ed il capitolo 13 intercorrono 10 anni di ripensamenti. Capisce che Gesù si identifica con la comunità cristiana: “Io sono quel Gesù che tu perseguiti”, quella comunità che con Anania lo accoglie nel suo seno chiamandolo “fratello”.
Ad Anania Gesù rivela anche la missione che ha riservato per Paolo: “…affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re ed ai figli di Israele”. Le missioni di Paolo hanno il campo base ad Antiochia, sempre rivolte verso occidente, verso Roma. Il primo viaggio lo portò ad Efeso, il secondo a Corinto, il terzo lo riporta ad Efeso. Nel primo viaggio egli dice: ”Dio ha aperto la porta ai gentili.”
È dopo il primo viaggio che egli si porta a Gerusalemme, dove la Chiesa è nata e dove sono ancora presenti Pietro ed altri Apostoli, per confrontarsi con essi sul modo di comportarsi con i gentili. Egli si ritiene come l’ultimo degli Apostoli e tiene in considerazione coloro che hanno vissuto insieme al Maestro. Nei confronti delle nuove comunità fondate, Paolo se ne prende cura o visitandole o scrivendo loro. Da Corinto scrisse ai Romani, perché la sua intenzione era andare a Roma. Al momento non ci riuscì, ma ci sarebbe arrivato in catene.
Il nome iniziale di Paolo è Saul, infatti la sua famiglia apparteneva alla tribù di Beniamino nella quale nacque il re Saul. Prese il nome di Paolo nel primo viaggio apostolico. A Tarso c’era una grande università che Paolo poté frequentare. Di seguito si recò a Gerusalemme alla scuola di Gamaliele.
A Roma rimase agli arresti domiciliari in Via Arenula, vicino alla sinagoga e ciò gli permise di poter parlare per primo con i responsabili di questa (At. 28,17). Paolo è un uomo che amava le grandi città: Antiochia, Efeso, Corinto, Roma, Gerusalemme.
Nei suoi viaggi non va mai da solo: Barnaba, Timoteo, Giovanni-Marco, ecc. lo hanno accompagnato. Anche da prigioniero aveva Luca con sé. I suoi primi riferimenti sono sempre le sinagoghe dove si sentiva un po’ in famiglia e dove c’era gente che conosceva le Scritture. Gli fu sempre nel cuore la comunità di Gerusalemme con la quale si sentiva in perfetta comunione e per la quale raccoglieva le offerte nelle altre chiese per il suo sostentamento.
La sua predicazione aveva un solo tema: Cristo crocifisso e risorto.
Questo è il Vangelo di Paolo: la vera rivelazione della vita del suo Cristo.

